BURAT, OVVERO IL BUIO CHE INSEGNA

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INTRO

Nel caso in piena estate europea vi dovesse venire una voglia sfrenata di marcare visita alle spiagge-tonnare delle nostre coste ed imbarcarvi in direzione Addis Abeba (“Fiore Nuovo” in lingua amarica, nome che per fare pratica di eufemismi definirei non completamente giustificato), sappiate che un Toyota bianco potrebbe essere parcheggiato lì ad aspettarvi, con alla guida una faccia friulana trapiantata in Etiopia da quasi tre lustri in mezzo alle orde di operai cinesi (sì, in Africa sono cinesi pure gli operai e non solo le ditte che vincono gli appalti).

E, sempre nel caso in cui dopo quasi 4 ore e 30 in direzione Sud-Ovest non vi foste ancora stufati dei sobbalzi delle strade (asfaltate, ma niente di serio) cinesi, giunti ad un paesone di nome Emdibir
potrebbe esistere sulla vostra destra una strada in leggera salita, questa sì completamente in sassi e terra battuta.
E, di nuovo, nel caso nei 50 panoramici minuti successivi le sospensioni del Toyota avessero
testardamente deciso di non abbandonarvi, ecco che sì, in quell’esatto momento potreste vedere le
capanne di legno, fango e paglia a bordo strada farsi vagamente più fitte fino a farvi apparire la parvenza
di un villaggetto in evidente esplosione demografica: Burat.
È così che è cominciata l’avventura mia e di Laura, in un agosto che in Italia verrà ricordato
malvolentieri per caldo e catastrofi e che invece nelle nostre menti rimarrà per sempre associato allo
sbarco su un pianeta sconosciuto: lei, alla prima presenza africana in assoluto, ed io, vagamente più
esperto con in valigia i ricordi di lontani marzi tanzaniani e gennai senegalesi, rimasti a luccicare a tinte
forti nei cassetti della memoria nonostante i tentativi di centrifuga di lunghi mesi di lavoro italiani.

MA SIAMO SICURI DI ESSERE IN AFRICA?

La prima cosa a sorprendere, una volta atterrati in Etiopia, è la vegetazione. Sarà la stagione delle
piogge, sarà l’altitudine (Addis, come Burat, parte da base d’asta 2400m slm), ma tutto è
incredibilmente verde e rigoglioso, tale da farmi sembrare anni luce lontani i secchi paesaggi della
savana a cui il Continente Nero mi aveva abituato.

Il paesaggio è dominato dal verde. Sicomori, mimosa, perfino alberi di Stelle di Natale, per quanto fuori
stagione per le nostre abitudini, oltre al re incontrastato del paesaggio, ammirabile non appena tra i vari

saliscendi in terra battuta si riesca ad aprire uno spiraglio per ammirare la profondità delle vallate: il
falsobanano, dalla cui corteccia gli etiopi ricavano cibo.

Ed allo stesso modo è apparso ai nostri occhi lo spazio della missione di Burat, una volta terminato il
viaggio di cui sopra: verde, verde, terribilmente verde, al punto da chiedersi veramente se il pilota non
avesse sbagliato continente di atterraggio.
Breve nota descrittiva per contestualizzare il tutto: la missione è attualmente portata avanti da 4 suore
indiane (del Kerala, per esattezza geografica), ed è fisicamente divisibile in 3 spazi comunicanti. Alla
estrema destra, la casa delle sisters ed un piccolo ma spazioso caseggiato per ospitare i volontari;
comunicante, l’edificio della clinica, che consta di ambulatori, magazzino medicinali, varie sale per visite

generaliste e non, più abitazioni del personale affiliato; dal lato opposto, chiesa cattolica e casa del prete
locale. Il tutto chiaramente intervallato da ampissimi spazi, campetti coltivati, giardini e prati verdi dove
mucche e capre svolgono quotidianamente la doppia funzione di tagliaerba e concimanti, a
dimostrazione che, qui, lo spazio è l’ultimo dei problemi. Poco distante, circa 200 m di cammino
attraversando il villaggio, l’enorme spazio della scuola, che accoglie circa 750 bambini fino all’ottava
classe.

LA SCUOLA
Non può che partire da qui il nostro racconto, noi che non essendo personale sanitario abbiamo cercato di renderci utili nelle maniere più disparate: la scuola di Burat è probabilmente la più fatiscente vista in vita mia,  lontana sia da altre missioni etiopi in cui ci è capitato di fare velocemente tappa per dormire nei vari spostamenti (Getche, Zizencho) sia dalle realtà che avevo potuto osservare in altri paesi africani. Muri scrostati e vetri rotti, così come panchine e banchi. Per entrare in aula, era necessario attraversare erba alta e fango.

Non il massimo, ecco, ma più che altro materiale su cui lavorare per chiunque abbia tempo, voglia e mezzi nel prossimo futuro. Durante il periodo estivo europeo, che coincide con la stagione delle piogge e la parte finale dell’anno secondo il calendario etiope, in Etiopia le scuole sono chiuse, così nei giorni di nostra presenza a Burat si svolgeva solamente un’oretta di lezione mattutina guidata da Sister Teresa. La base di partecipazione era volontaria, per cui sicuramente non c’era il pienone, anche se i bimbi si presentavano con una motivazione ai nostri occhi ammirabile. È capitato anche a noi di dover tenere lezione in prima persona, in qualche giornata in cui la Sister non era disponibile. È stato un clamoroso divertimento, perché nonostante qualche difficoltà di comunicazione (noi non conosciamo l’amarico, ed il livello di inglese di bambini etiopi non è sicuramente eccellente) abbiamo trovato entusiasmo, partecipazione ed anche intraprendenza.

Oltre alla voglia di intascarsi i nostri pennarelli, chiaramente. Una volta finito, il tempo passato a giocare era chiaramente molto superiore, ed anche ancor più divertente. I bambini etiopi hanno i tratti comportamentali tipici degli altri bambini africani, con un’eccezione che  verrà approfondita dopo (vedi paragrafo caramella yellem): appena ti vedono, ti corrono appresso come se fosse questione di vita o di morte, ti prendono la mano e vengono con te, dovunque tu stia andando. Capitava spesso che io e Laura partissimo per camminate lunghe qualche chilometro, e che bimbi ci seguissero dal primo metro senza interessarsi al dove stessimo andando. Bimbi a cui si aggiungono altri bimbi a cui si aggiungono altri bimbi ancora, spesso tutti per mano in enormi trecce che finivano per occupare tutta la sede stradale.

DONKEYS&WOMEN, LA CULTURA ETIOPE

Sì, asini e donne. Sono decisamente loro a rendere possibile la vita in Etiopia, a caricarsi sulle spalle il
peso (non è una figura retorica) della sussistenza a quelle
latitudini. Abbiamo visto donne piegate in avanti dai carichi
enormi che portavano sulla schiena, zeppi di cibo, panni, a
volte sacchi di materiale per costruire (legno, foglie, paglia). È
all’ordine del giorno che donne in erba portino lo stesso
fagotto arrotolato con dentro il fratellino o la sorellina non
ancora in grado di camminare, il tutto senza chiaramente dire
una parola: al limite, ogni tanto si rifà il nodo al fagotto, e via
andare. Donne ai torrenti a lavare ed asciugare i vestiti sporchi,
le stesse donne che vedevamo poi rincasare a 5/6 km di
distanza. Donne ai mercati, solo esclusivamente donne a
vendere e comprare avocado, sementi, frutta secca, banane,
farina, uova, pane, il
tutto rigorosamente
raccolto da donne.
Incontravano il
nostro sguardo molto più raramente di bambini e uomini, e
spesso eravamo noi a dover rivolgere il primo “Selam”
affinché ci sentissimo salutare di rimando. Dietro quegli occhi
sfuggenti non sapevamo cosa leggere, ed allora li
abbassavamo per pudore, noi così fortunati, così poco avvezzi
ed inclini a quella fatica incessante. La camminata lunghissima
come stile di vita, i piedi come unico mezzo di locomozione.

Se tra i lettori dovesse esserci qualche buddhista, invece, non può non pensare che per reincarnarsi
asino in Etiopia si debba avere per forza costellato di peccati capitali la vita precedente. Abbiamo visto
queste povere bestie schiattare letteralmente di fatica, frustati in maniera spesso e volentieri semi
gratuita, ingobbiti nel portare sulla schiena fagotti enormi di roba, in primis le famigerate taniche gialle.
Taniche che si riempiono e si svuotano d’acqua probabilmente da generazioni, sempre le stesse: acqua
che veniva raccolta dai torrenti o direttamente dalle pozzanghere a terra.
E gli uomini? Spesso abbiamo cercato risposte a questa domanda cercando di non scadere nella retorica,
tenendo appiccicato in ogni angolo della scatola cranica il post-it “Non giudicare, non è in 2 settimane
che si capisce la cultura di un popolo”. Tuttavia, bisogna ammettere che l’impressione è stata
abbastanza negativa. Difficile, molto difficile incontrare uomini atti al trasporto di materiale pesante,
che invece finivano sempre e solo sulle spalle delle due categorie precedenti; li si trovava spesso lì, a
bordo strada, nell’atto di discutere o masticare foglie di chat. Nel migliore dei casi, costruire palizzate
attorno alle case o portare al pascolo capre e mucche, quasi sempre aiutati dai ragazzini di famiglia. Nel
complesso, il non generalizzare il tutto ad un laconico “Non fanno una mazza tutto il giorno” è stato
abbastanza difficile, ma per beneficio del dubbio abbiamo sospeso il giudizio fino ad approfondimenti.
E NOI? CARAMELLA YELLEM
Anche per chi non è personale sanitario, ci sono diverse occasioni per potersi sentire utili a Burat.
Se della scuola abbiamo già parlato, e se sulla
costruzione di centinaia di piccole bustine di carta per
contenimento medicinali da parte di Laura non c’è
margine per dilungarsi molto, va detto anche che nei
vari campi attorno all’enorme spazio della scuola ed
alla casa delle sisters si coltivano patate, verdura e
sementi vari. Essendo la stagione delle piogge il
momento ideale per la semina, mi sono dedicato in
prima persona e con buona lena al lavoro agricolo, per
altro un altro campo del quale le mie competenze si
fermavano a pochi giorni di esperienza passata. Ma,
visti gli strumenti non esattamente futuristici che si
utilizzano a quella latitudini, si può dire che non serve una laurea in scienze agrarie ma solamente olio di
gomito.

Tant’è, mi sono affiancato a qualche
contadino (loro, sì, non si possono
affatto giudicare nullatenenti) a
strappare erbacce a mani nude o a
dissestare la terra con un piccone.
Lavoro magari poco qualificato ma
abbastanza tosto, che allo stesso tempo

mi ha permesso lunghe ore di riflessione con nelle orecchie qualche pezzo maestoso che il mio fedele
Ipod sceglieva di regalarmi. Il lavoro segue i cicli solari, se è vero che l’elettricità era più assente che
presente: alle 19, puntualmente, sul sole calava l’accetta inesorabile delle tenebre e ci consegnava ad
una vita d’altri tempi. Buio, buio totale. Ma non il buio europeo, no, dove una qualche forma di
inquinamento luminoso la si trova sempre, anche nelle notti più cieche: il buio quello vero, quello in cui
ti senti ospite e non capisci più se la causa della tua lieve pelle d’oca è l’aria fresca oppure la volta
stellata da sballo totale che ti è consegnata totalmente gratis sopra la testa. Quel buio lì, insomma: il
buio che insegna.
Al netto di tutto ciò, il centro delle nostre giornate rimanevano le piccole palle di neve nera che si
incontravano non appena varcato il cancelletto di uscita della missione: proprio come la neve, i bimbi
cominciavano ad arrivare alla spicciolata vedendoti da lontano trasformandosi ben presto in una valanga
di entusiasmo, urla e richieste, arrivando a litigare per prenderti la mano.
E qui, su questa parolina non casualmente inserita, “richieste”, mi sento di sottolineare una nota
dolente. Sebbene non mi possa –ribadisco- considerare un esperto d’Africa e sebbene non sia fattibile –
ribadisco ulteriormente- definire una cultura millenaria dopo una così breve coesistenza, in nessun altro
luogo africano avevo mai trovato la stessa incessante petulante litania di richieste come qui. Parliamo,
beninteso, di una parte dei bambini, non di tutti loro: ma, vedendo come fosse poi ripetuto questo
comportamento da parte degli adulti, la cosa è apparsa ai nostri occhi come un vizio ben radicato,
praticamente strutturale.
Ho trovato, sinceramente, abbastanza grave che bimbi africani che non conoscono l’inglese (come non
lo conoscono i nostri bimbi ed in molti casi nemmeno gli adulti, non è quello il problema) sappiano però
una parola di italiano, e che quella parola non sia “grazie”, “buongiorno”, nemmeno “cosa dici” (come
non mancano di scimmiottare i colleghi brasiliani in italiano stentato e gestualità accentuata ogni volta
che supero l’Atlantico), ma bensì “Caramella”.

“Caramella”, pronunciata così, a
mano aperta ed occhi fissi. Seguita
da “chocolate”, “shoes”, “pencil”,
“pen”, “libs” (vestiti), “birr” (la
moneta locale). Un’incessante
litania di richieste, in ogni
momento del giorno ed in ogni
condizione. L’impressione,
corroborata da fatti, è che molti
non sapessero nemmeno cosa
fossero le pen, pencil, (“caramella”
sì, lo sapevano tutti), o che nella
migliore delle ipotesi non servisse loro, ma che bastasse chiedere. E, nel caso si decidesse di dare una
penna ad un bimbo (diamine, le penne servono a scrivere, cosa può essere da noi sponsorizzato più

dell’istruzione in un posto del genere?), ecco che il giorno dopo quello stesso bimbo tornava a chiedere,
di nuovo. La penna del giorno prima? Spallucce, sparita.
Ora, al di là che di bimbi stiamo parlando, l’impressione è stata molto sgradevole, e mi sento di fare una
riflessione su noi volontari, di ogni razza e fede, che scegliamo di trascorrere un periodo a queste
latitudini. Nessuno di noi salverà l’Africa in due settimane, e ritengo che sarà sempre maggiore
l’insegnamento che ci portiamo a casa noi rispetto a quanto riusciamo a lasciare sul posto. Ma, se si
crede in quello che rappresenta la nostra presenza lì, dobbiamo quantomeno essere forieri di buon
comportamento ed evitare di alimentare certi vizi (perché di questi si tratta): in primis, per l’appunto, il
chiedere per il gusto di chiedere. Penso che il volontario con coscienza debba
regalare la cosa più preziosa che tutti noi abbiamo, l’unica nella vita che è
totalmente a perdere: il tempo. Regalare e dedicare tempo a queste persone, a
quei bambini. Tempo, non oggetti. Tempo, non caramelle. Regalare caramelle non
fa altro che alimentare un bisogno che non esiste, ed abituare le persone a
chiedere. Se lo scopo del volontario è distribuire caramelle, francamente
potremmo essere rimpiazzati agevolmente da questo.

Se, come è successo a noi, si sono comunque portati degli oggetti (nel nostro caso, qualche maglietta)
da lasciare a chi certamente ne ha più bisogno di noi, il nostro consiglio è lasciarlo alle suore: loro,
meglio di noi, possono organizzarsi affinché arrivino a chi ne ha bisogno e non a chi ha semplicemente
più faccia tosta di chiedere.

E se i bambini continuano a chiedere? “Caramella”, “Caramella”, “Caramella”….. ?
Una sola risposta: “Caramella Yellem”. Non ne abbiamo.

Fidatevi, non se ne andranno, rimarranno a giocare. E avrete fatto loro un presente più grande rispetto
al regalare l’intera Sperlari.
IL LAGO DI ZWAY

L’ultimo giorno, intero per via del volo notturno
che ci avrebbe riportati in Italia, è l’unico che
abbiamo speso da veri e propri turisti: ed il
merito è stato di Paolo, quella faccia friulana di
cui avevamo accennato all’inizio, che per poco si
è offerto di scarrozzarci fino al grande Lago di
Zway, prima di fare rotta verso Addis Abeba.
Che dire, il paesaggio è decisamente cambiato
nella discesa verso i “soli” 1600 m slm del lago,

e la giornata non ha tradito le attese.
Ci siamo lanciati in un giro in barca con una guida locale, in uno scenario
naturalistico veramente speciale: una quantità incredibile di volatili
(marabù, uccelli tessitori, pellicani, ibis, martin pescatori ed un paio di
splendide aquile pescatrici), oltre ad una famiglia di ippopotami la cui testa
spuntava minacciosa dal pelo dell’acqua.
Uno scenario suggestivo in un’acqua estremamente densa e fangosa per via
delle piogge, che ha lasciato prima del volo di rientro quel sapore agrodolce di un paese lontano,
rimasto alle origini. Un paese con un potenziale enorme da tirare fuori in qualche modo, in maniera non
invasiva, umile ma costruttivamente lungimirante.

Torneremo, chissà quando e come, senza caramelle e con ancora più entusiasmo.
Davide&Laura



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