Il primo ricordo

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Per anni ho desiderato partire alla scoperta di quel paese dove affondano parte delle mie radici, quel paese
che un po’ ho conosciuto attraverso i racconti malinconici della mia famiglia, ma del quale ho sempre
voluto creare un mio ricordo personale, più intimo.

Questo è stato l’anno in cui, finalmente, sono potuta partire per l’ Etiopia fuggendo l’estate padana; della
quale ho sicuramente schivato i giorni più caldi, ma non l’umidità. Ho trascorso tutto il mio tempo in Etiopia
durante la stagione più bagnata, quella delle piogge e, proprio grazie a questo, ho imparato ad amare il
fango sui piedi, l’erba umida della mattina e l’aria frizzante della notte. Sarei ipocrita a dire di aver gradito il
sole tanto quanto la pioggia, ma la verità è che se non ci fosse stata la pioggia, non avrei apprezzato a pieno
il calore del sole sull’altopiano.

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Il mio viaggio è iniziato ad Addis Abeba, dove sono atterrata a mezzanotte inoltrata e sono stata accolta da
Paolo, che mi ha gentilmente ospitata a casa sua per la notte. Il mattino seguente Paolo si e messo al
volante e siamo partiti per Burat, il luogo della missione dove avrei trascorso tutto il resto del mio tempo in
Etiopia. Paolo ha guidato 5 ore passando per il traffico cittadino, facendo lo slalom fra le buche di strade
asfaltate dai “nuovi colonizzatori” ed infine percorrendo la strada sterrata per Burat.
Dal mio finestrino vedevo un’ Africa verde e rigogliosa, piena di animali e uomini che insieme camminavano
lungo la strada, bambini che smettevano subito di giocare e agitavano le braccia non appena vedevano la
nostra macchina arrivare, un’ Africa in fermento.

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L’arrivo a Burat è stato emozionante, ad attendermi c’erano Suor. Teresa, Sinsy, Mandusha e Arphonsa che
con i loro sorrisi sono riuscite a farmi sentire la benvenuta. Le suore, oltre ad essere cuoche provette, sono
molto premurose ed accoglienti; per questo motivo mi sono sentita come a casa fin dal primo giorno.
Abbiamo vissuto come una famiglia, mangiavamo sempre insieme, ci preoccupavamo tutte di tenere la
cucina in ordine, condividevamo momenti di preghiera e, soprattutto, abbiamo aperto i nostri cuori le une
alle altre senza paura di mostrarci vulnerabili.

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Anche io come le suore, seppur per poco tempo, ho contribuito a mantenere viva la missione e l’ho fatto
mettendomi completamente a disposizione. La missione di Burat appartiene da soli tre anni alla
congregazione indiana “Sacred heart” e comprende: una clinica, un asilo e una scuola elementare; perciò,
per rendermi utile ho semplicemente messo a disposizione alcune delle mie capacità; in particolare
tradurre da inglese a italiano e insegnare, anche se quest’ ultima preferisco definirla passione.

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I primi giorni li ho dedicati all’esplorazione della zona, ho camminato tanti chilometri, ma a volte da sola
altre accompagnata da bambini che mi seguivano come fanno gli anatroccoli con la loro mamma.
Quegli anatroccoli sono sicuramente stati il centro della mia esperienza; infatti ho amato trascorrere il mio
tempo a cantare, giocare e studiare insieme, ma, purtroppo, non posso negare che ci siano stati momenti in
cui l’atteggiamento e le parole che usavano nei miei confronti mi abbiano profondamente rattristata.
Il primissimo giorno, poche ore dopo il mio arrivo, sono uscita nel villaggio per una passeggiata, non
conoscevo nessuno, ma tutti sapevano già chi io fossi … “ferenji”; mi sono sentita chiamare così da tutti i
bambini che erano fuori dal cancello della casa degli ospiti ad attendere che io uscissi. Chi mi stava
aspettando fuori, mi ha anche seguita per tutta la lunga camminata; il numero dei bambini che si litigavano
le mie mani aumentava ad ogni mio passo. Il cammino all’andata è stato molto diverso da quello al ritorno;
perché nel tornare, di fatto, ho smesso di cantare e giocare con loro dal momento in cui tutti hanno iniziato
a chiedermi insistentemente “caramella”, io potevo sono rispondere di non averne, ed era vero, ma loro
sembravano non capire. Avrò detto “no caramella” almeno un milione di volte, ma niente; e una volta
arrivati davanti camera mia, mi hanno costretta da entrare chiudendo loro la porta in faccia. Ero triste …
ma non per il fatto di non aver potuto soddisfare la loro richiesta, ma piuttosto perché mi sono resa conto
che, ai loro occhi, avevo la parvenza di un dispenser di caramelle e non di una persona.
Scontrarsi con questa realtà non è stato semplice, perciò fin da subito mi sono posta un obiettivo, ovverosia
quello di far conoscere a tutti una persona, quale sono. Per fare questo, mi presentavo stringendo la mano e dicendo il mio nome! Non contenta, correggevo chiunque si riferisse a me chiamandomi “ferenji” dicendo: “I’m not ferenji my name is Laura, what’s your name?”, tutto questo sempre a mani vuote.

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Dopo una settimana abbiamo dato inizio alla Summer School e ho avuto il grande piacere di fare lezione a
dei bambini intelligenti e disposti ad ascoltare … inutile dire che il mio cuore si è riempito di gioia alla vista
di tanta partecipazione durante la lezione e il gioco.
Passato qualche giorno, dalla Puglia sono arrivate in mio aiuto due ragazze con la mia stessa passione per i
bambini, non le conoscevo, ma abbiamo instaurato un rapporto bellissimo che ha sicuramente aggiunto
valore alla nostra esperienza.

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Più tardi è arrivata anche Alima, una volontaria americana che ormai da due anni insegna nelle scuole
statali in Etiopia; lei è stata una presenza preziosa, perché grazie alla sua conoscenza della lingua locale
siamo riuscite a fare lezione a più bambini e a trattare con loro argomenti molto importanti come:
l’accoglienza dello straniero e le buone maniere.

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La Summer School è stata un successo, i bambini si divertivano e imparavano, ma la cosa che più di tutte mi
ha fatto piacere è stata che, con alcuni di loro, ho raggiunto il mio obiettivo, mi sono fatta conoscere. Per
alcuni bambini, da Banca d’Italia mi sono trasformata in una semplice ragazza venuta a visitare la loro casa,
a conoscere la loro cultura, a insegnare e a imparate qualcosa; ora per loro sono solo Laura.

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L’Etiopia non è un paese semplice e l’ho lasciato con tanti dubbi, ma in compenso sono tornata a casa con
la certezza della risposta a questa domanda … Qual è la chiave del progresso?

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La mia testimonianza non vuole essere un racconto dettagliato di quello che ho fatto, ma solo un’
impressione di quello che è stata un’ esperienza troppo piena per essere raccontata in poche righe.
Colori, sapori, canzoni, danze, sorrisi, persone e tanto altro hanno riempito le mie lente giornate, e nella
lentezza dei miei passi ho imparato ad assaporare ogni secondo del tempo che stavo vivendo.

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Finalmente ho collezionato anche io un ricordo esclusivo dell’Etiopia, e di certo non sarà l’ultimo.

Laura



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